Milingo non può restare in Italia

La polizia all’avvocatura di Stato: «La sua professione non è di interesse pubblico»
VICENZA – E’ battaglia aperta sul permesso di soggiorno di Milingo. Dopo la sospensiva del Tar, la questura ha impugna­to all’avvocatura di stato il prov­vedimento, decisa a non conce­dere all’ex vescovo zambiano, scomunicato dal papa7, la possi­bilità di rimanere in Italia come lavoratore autonomo perché «la professione di consulente re­ligioso non esiste»: Emmanuel Milingo – che ha lasciato Gru­molo ed è ripartito per la Corea del Sud essendo scaduto il suo visto turistito – ha infatti aperto una partita Iva come consiglie­re spirituale. A dare il via alla battaglia le­gale era stato lo stesso Milingo, assistito dall’avvocato vicenti­no Michele Grigenti, che con un visto provvisorio si era stabi­lito insieme alla moglie Maria Sung nell’hinterland vicentino.
La questura, il 24 ottobre, gli aveva negato il nulla osta sulla base del decreto 279/2007 del presidente del consiglio dei mi­nistri con la lista delle professio­ni autonome utili all’economia italiana: la richiesta di Milingo di basare la sua indipendenza economica in Italia aprendo uno studio di consulenze reli­giose per gli uffici di Viale Maz­zini, non stava in piedi. L’avvo­cato Grigenti aveva però pre­sentato e vinto il ricorso al Tar che il 2 febbraio aveva pubblica­to l’ordinanza con cui i giudici Angelo De Zotti, Elvio Antonelli e Stefano Mielli avevano accol­to la richiesta di sospensiva: «La motivazione del provvedi­mento di diniego non consente di intendere i profili per i quali l’attività di consulenza che il ri­corrente intende svolgere è rite­nuta non rientrare fra le varie ipotesi previste». L’ufficio im­migrazione della questura di Vi­cenza, dopo aver riesaminato il caso, ha confermato però la sua posizione: quel tipo di profes­sione autonoma, successiva­mente modificata da spirituale ad aziendale, non rientra in al­cun modo nei parametri previ­sti dalle norme in vigore: Milin­go in Italia come consulente spi­rituale non può stare.

E la que­stura ha impugnato la sospensi­va del Tar perché «non esiste normativa alcuna che preveda questo tipo di professione e sus­siste interesse pubblico a non consentire ingresso in Italia per lo svolgimento di attività va­ghe, generiche e indeterminate con la probabile necessità poi di dover negare il permesso de­finitivo » e viene richiesto il ri­getto dell’istanza. «Sono moti­vazioni fragili dettate da interes­si non pubblici ma di natura po­litico- religiosa – commenta l’avvocato Grigenti – Ci sarà un contenzioso con l’avvocatura di stato».

Fonte tratta da Corriere del Veneto



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